Mentre tu decidevi di riposarti con tutte queste teenagers, senza pensieri, senza slip, senza rughe agli angoli degli occhi, io sono andata avanti con vecchie versioni di me.
Son finita alle feste dei trentenni, sai. Quelle d’un certo tono, con la bottiglia buona stappata al tavolo. Non c’è più il rabosello, inacidito ma che fa grado, ondeggiante sotto al palco, né il borsello cattocomunista post-universitario. Le feste dei trentenni, a mangiare sushi in giacca mentre si discorre d’amplificatori e polizze.
Mentre tu decidevi di sedere su divani di non importa chi, amici prestati, amici di serata, amici per conoscenza, amici da concorrenza, guardando tutte quelle teenagers ballare per te, accarezzare l’orlo di corte gonne viola per te, ridere con la mano davanti alla bocca per te, ammiccare alla fotocamera per te, io sono andata avanti con serie versioni di me.
Ho iniziato a mettere i tacchi, perchè non devo più correre, scavalcare muri di piscine o raggiungere falò nascosti fra le colline. Non ci so ancora camminare, magari un giorno mi riesce.
Hai spiegato storie di genesi musicale ed aneddoti a stupite teenagers con labbra rosse disposte ad ovale, così stupefatte, così disposte, così belle. Spiegaglielo, che non lo conoscono. Spiegaglielo, che leccano le parole che lasci scivolare senza nemmeno tanto curare se sian vere, tanto loro non lo sanno, tanto stanno sorridendo. Ti fan sentire intelligente, no? E’ qui che sta il gusto della cosa.
Ho accavallato le gambe, raddrizzato la schiena, ascoltato con grazia. Son bravissima a mettermi in posa, sai. Vino d’annata, rum straniero, liquori introvabili, tutti scolati per non immischiarmi in conversazioi in cui non volevo nemmeno tuffarmi, per non pensare alle tue giovani cose sorridenti, già belle al primo risveglio.
Mentre tu accarezzavi dritti capelli naturalmente lisci senza bisogno d’una piastra, io m’alzavo cercando di nascondere dignitosamente la testa pulsante, per poi finire a casa ad ascoltare i Roxy Music.
19 Settembre 2009
L’amore a trent’anni
20 Giugno 2009
non c’è più religione, pt. II
Alcuni dei concerti più belli cui ho assistito sono capitati per sfacciata fortuna da una bellissima botta di casualità. Gli Interpol l’estate scorsa, ad esempio. Bastò una telefonata e nel giro di poche ore mi precipitai dall’afosa Padova all’ancora più afosa Ferrara, passando attraverso l’afosissima Vicenza per ritirare un miracolato biglietto. Cose che accadono all’improvviso, quando avevi finito di sperare nel destino (in Dio hai smesso da diverso tempo e comunque non c’avevi mai fatto molto affidamento). Questo riesce a dare un valore aggiunto, una tonalità nuova: il gusto della velocità punti dritto alla testa, mentre cerchi di battere il tempo e corri verso l’agognato.
Se, poi, come il quel caso, ti trovi innanzi un opening act dal nome dEUS, che a chiamarlo così ti vergogni perchè ereticamente sembra di sminuirlo; se il cielo vira dall’arancio al blu ed il vento s’alza impercettibile, mentre ti trovi ad ascoltare “Instant Street”, con quel che è uno dei più bei finali al mondo dilatato e distorto; se Tom Barman accelera e senti il cuore pompare più a fondo, i pensieri smettere di turbinare, il respiro più naturale, nessuna stanchezza sulle spalle; allora, ti senti, dopo tanto tempo, vivo. E quella che era iniziata come l’ennesima giornata da dimenticare non è mai spuntata.
Anche due giorni fa il caso s’è affacciato alla finestra. Perchè, in quel che è sembrato un mondo altro e parallelo, era stato deciso che un datore di lavoro spedisse last minute un suo dipendente in Spagna; perchè quell’impiegato, a metà fra l’imprecante ed il vacanziero, era mio amico; perchè quel mio amico aveva un biglietto per un concerto; perchè quel biglietto è stato ceduto a me; perchè il live in questione era dei Depeche Mode.
Partenza decisa per le cinque e mezzo. Passo il pomeriggio a chiudere e riaprire libri, frenetica come una ragazzina all’ultimo giorno delle medie. Arrivano le sei e R. non è ancora arrivato. Non mi stupisco, si sarà addormentato per l’ennesima volta, si sa, lo conosciamo e sopportiamo tutti. Ma quando si ha appuntamento con Gahan non ci si può permettere d’essere in ritardo. Sei e tre, R. sterza davanti casa e scende barcollando.
“Ho preso sonno e…”
“Sì, lo so. Hai cinque minuti per bere il caffè e poi partiamo”.
Sono una dittatrice, sono una stronza ma ho in circolo poco sonno e ventun’anni di canzoni che voglio sentire. Già al terzo mese di gravidanza mia madre mi faceva ascoltare “Music For The Masses”. Posso essere stronza, oggi.
Sei e quindici, imbocchiamo l’autostrada. C’è quella fastidiosa qualità di luce preserale ad altezza occhi mentre ci avviciniamo a Milano. Mai nella mia vita avrei detto d’andare a San Siro, io, l’acalcistica, l’asportiva, l’anti-concerto-italiano-di-massa-leggera.
“Se mi fanno ‘Stripped’ reggimi, perchè svengo”.
Primo autogrill, tappa forzata, a quanto pare il caffè è drenante. Arriviamo alla cassa con Redbull, bibitoni energetici color colorante, caffeina liquida in lattina, sigarette, tante sigarette. Sembriamo in procinto d’una battaglia sfibrante, ed in effetti lo sarà.
R. parla di schermi piatti, molestie sessuali a lavoro, tenta d’indovinare la mia vita sentimentale, mai una volta che si faccia gli affari suoi.
“Non ho il navigatore per scelta etica, quindi dimmi la strada”.
“Te l’ho mai detto che di geografia italiana non so un cazzo?”
“Pagina sedici dell’atlante.”
“Allora, siamo qui, tipo… Aspetta. Ancora qui? Che ore sono?”
“Tranquilla, ce la facciamo.”
Il che poteva anche essere. E poi arriva lui, l’ultimo casello, il ciclope imbattibile, il monstrum orrendum, il bastardo. Passiamo quaranta minuti per avvicinarci ad una delle gabbie di latta a caso. Passiamo altri venti minuti per infilarci in una delle due corsie. Preferibilmente a sinistra, a Cinisello Balsamo non ci voglio andare, oggi no. E non penso neanche in un futuro prossimo. Rischiamo di farci amputare uno specchietto da un Fiorino mentre svicoliamo sommersi dai tubi di scappamento. Siamo in ritardo.
“E’ tardi, troppo tardi, tardi.”
“Tanto inizieranno per le dieci, no?”
“Non possono suonare troppo per il vicinato, inizieranno alle nove e mezzo. Vuoi che inizino prima?”
“Infatti.”
Infatti un cazzo. Auto-rassicurazioni beffarde di milanesi per una notte. Arriviamo alle nove e quaranta davanti a quella bestia grigia che è San Siro. Vediamo gente correre ai lati della strada. Facciamo finta di non capire perchè ma acceleriamo lo stesso. Parcheggio fortuito, passo veloce.
“Sbaglio o questa è ‘Come Back’ ?”
Imprecazioni. Passo ancora più veloce. Hanno iniziato alle nove. Abbiamo perso una manciata di canzoni dell’ultimo album; non è una tragedia immane
ma nemmeno una sensazione piacevole. Sei rampe di corsa, gradini quattro a quattro, le gambe irrigidite da ore di colonna che non reggono il ritmo. Ma bisogna correre.
E poi entriamo. Il palco è laggiù, in basso, Dave è un punto di carne vestito di tatuaggi e gilet nero. La testa bionda di Martin si vede ugualmente. I posti migliori se ne son andati da tempo ma troviamo mezza ringhiera ancora libera. Lo stadio sembra piccolo, da qui. Eppure siamo tanti, tantissimi. C’è l’ultra cinquantenne aggrappata alla borsa, il ventenne scapigliato, il dark con i pantaloni incernierati, la gothic sovrappeso in calze a rete, il quarantenne brizzolato, i fidanzatini strafatti, il fan club, il prato che batte le mani all’unisono come un perfetto organismo. E siamo bellissimi.
Passo poco più di un’ora lì dentro. Sette ore globali di viaggio per settantacinque minuti di spettacolo effettivo. E sembrano cinque minuti. Tutto per colpa d’un casello, degli italiani che non son come gli automobilisti francesi, delle file che saltano, del traffico, della politica, del clero, di tutto. Non c’è più religione. Ma non posso lanciarmi in invettive con l’astio alla bocca, ho già perso troppo tempo. E decido che va bene così.
Parte l’inconfondibile intro di “Strangelove”.
Inattesa ma sempre ballata scatta “Master And Servant”.
Con “Personal Jesus” ho temuto la morte, vibrazioni ovunque, delirio collettivo, gli spalti traboccanti che sembravan crollare.
“Never Let Me Down” è un’invocazione che dura nei decenni, così dilaniante, così semplice, che riempie i polmoni.
“Enjoy The Silence” è logora dagli anni, dai rifacimenti più disparati, dalle cover stropicciate, ma cantiamo con un’unica voce, ne vale comunque la pena.
Arriva “I Feel You”: la testa parte, i sensi rispondono, perdo le corde vocali rimaste, mentre la distorsione procede per minuti e minuti. Ad un certo punto, s’affaccia la razionalità a ricordarmi che assomiglio vagamente ad una ballerina di lap dance solitaria. E non m’importa. E’ questo il senso della canzone, per me.
E poi Lei.
A Roma non l’han fatta. Non la fanno mai, di solito.
Stanotte sì.
Stanotte sono qui, loro sono lì e Lei echeggia.
“R., reggimi, ora posso svenire”.
19 Giugno 2009
almost cut my hair
Esistono album talmente grandi da farti sentire nel contempo potente ed infinitamente piccolo. Canzoni che avresti voluto scrivere, accordi che avresti voluto inventare, così giusti nella loro composizione da risultare immuni al tempo ed allo spazio.
Era il 1970, era Venezia, era un ragazzino di dodici anni che ascoltava furtivo sotto le coperte Crosby, Stills, Nash & Young, era mio padre che riempiva il buio del collegio con chiare fantasie californiane. Poi arrivò il direttore, requisì il mangiadischi, prescrisse una punizione ed al fuorilegge non restò che raggiungere fisicamente, diversi anni dopo, quella luminosità ipotizzata.
Era il 1999, era qui, era un’undicenne infatuata di Patti Smith a cui capitò fra le mani “Déjà Vu”, ero io che incontravo per la prima volta quell’incredibile supergroup.
Incredibile non solo per i componenti, reduci di Byrds ed Hollies, ma per la gestazione in sè d’un capolavoro discografico, “the sofa album”: dieci brani ideati in pochi mesi sul divano d’un patio. Come possano esser nate canzoni come “Helpless” o “4 + 20″ da pomeriggi passati tra erba e Joni Mitchell, padrona di casa, che offre vino scadente mentre quattro dei migliori hippie in circolazione strimpellavano, ancora non me lo so spiegare. Casualità. Fortuna. Genialità.
Riassume perfettamente quell’atmosfera “Our House”: un fuoco d’accendere, dei fiori da sistemare, l’intima semplicità di un posto in cui prendersi una pausa dal mondo. Come una bolla sicura dove poter poggiare la testa e guardare il tramonto.
La pista d’apertura, “Carry On”, è un inno, no, l’inno, al rialzarsi, al prendere atto dei cambiamenti e muoversi verso una qualche altra direzione; nonostante le domande che piombano in sogno la notte, nonostante gli interrogativi incompleti, il mondo è ancora vivo e qualcosa arriverà, forse migliore, forse domani. “Cause we have no choice, but to carry on”.
E poi c’è la prima fra tutte, “Almost Cut My Hair”. Procede sinuosamente sofferta, delicatamente dolente, parlando del pericolo scampato, della paura dietro lo specchio e della sensazione d’esser stati graziati. Raramente lo smarrimento ha assunto composizioni uguali. La prima volta in cui la sentii, mi bloccai. Guardai lo stereo e stetti ferma al pavimento del salotto. Non sapevo una singola parola ma quella voce era così incisiva che capii lo stesso. Quell’assolo, quell’urlo, quel vibrato sporco, quegli ultimi accordi ripetuti. A distanza di anni, ogni ascolto è come la prima volta. In questo sta la grandezza.
almost cut my hair (live at wembley, 1974) – crosby, stills, nash & young
18 Giugno 2009
massimo fattore comune
Due universitarie alla pausa sigaretta pre-lezione.
“E quindi credo proprio tornerò e le porterò a casa, raso blu e corda intrecciata, stupende. Anche se quel tacco otto non so proprio come lo gestirò. Prevedo cadute.”
“Hai detto otto, non dodici, tesoro. E’ una cazzata.”
“Oddio eccolo oddio.”
“Cosa?”
“No, chi.”
“Chi?”
“L’uomo della mia vita.”
“Quale dei tanti, di grazia?”
“No, davvero, è lui. Quello accanto alla moto. Oddio. Guardalo.”
“Quello?”
“Si, magari evitiamo di farmi fare l’ennesima misera figura.”
“Ma sì. Carino.”
“No, perfetto.”
“In effetti.”
“Le spalle. Il naso. Gli occhi. Una cosa superiore.”
“Và e chiedigli l’accendino!”
“Sei cretina? Siamo in terza media? E poi, lo sai: o ha la morosa, o è gay. O comunque ha standard più elevati. E’ sempre così.”
“Non è vero, dai.”
“Sei mia amica?”
“Che discorsi, sì!”
“E allora risparmiami e risparmiamoci le cazzate, grazie.”
“Ok, o hanno la morosa, o son gay.”
“Brava. E’ l’uomo della mia vita, comunque. Mi sa pure da colto. Due settimane fa l’ho sognato. E ieri ci son andata quasi a sbattere addosso.”
“Tu hai problemi.”
“Ne son consapevole. Oddio, guardalo, sta salendo le scale, oddio, il culo, guarda.”
“Ah, però.”
Le due ragazze rientrano. Sulla soglia del portone, incrociano gli sguardi d’una studentessa e della relativa madre. Le due, occhio lucido e bocca socchiusa, sono intente a fissare le scale.
“Che spreco lasciarlo andare. Davvero. E’ uno spreco.”
“Signora, non si preoccupi: è un commento comune.”
10 Giugno 2009
non c’è più religione, pt. I
Dopo aver litigato, per l’ennesima volta, con la Apple, ho riscoperto la radio.
Il bello delle piccolo audio-emittenti private è che spesso ti offrono piccole perle ripescate dal dimenticatoio oceanico. Ti graziano, permettendoti d’evitare le ondate della musica leggera italiana, quella cosa neomelodica che ti entra nelle orecchie mozzando il respiro, di certo non per estasiata commozione. Roba da far invocare spigoli ove sbattere ripetutamente il capo. Così sorridi per conto tuo in treno, ovviamente venendo scambiato per un autistico, mentre ti lasci andare a mugolii d’approvazione verso vecchie ballate folk, synthpop anni 80′, hippie californiano e produzioni Motown.
Il brutto delle piccole audio-emittenti private, però, è che i titoli non vengon detti. Così, se mentre stai dando spettacolo col tuo mugugnare sollazzato ed il sorriso beota, t’accorgi che la traccia sta per finire e tu non ricordi assolutamente il nome dell’artista, vieni colto da smarrimento acuto. I trentadue denti di beatitudine se ne vanno, compare la crisi e passi il resto del tempo logorandoti. Provi a digitare sul primo motore di ricerca online quelle quattro frasi del testo che ricordi, ma il più delle volte non trovi nulla, ovviamente.
L’ultima giornata di compiacimento, seguito da brusco dilemma e conseguente dilemma shakesperiano, capitò qualche settimana fa. La canzone sapeva di strada polverosa, raggi di sole verso il tramonto, bourbon e ferite da sentimento. Facile da spiegare, insomma. Che poi, a me il bourbon nemmeno piace. Mettiamo qualche altro liquore troppo asettico, magari distillato male, necessariamente forte per far dimenticare un istante quel fastidio all’altezza del petto e concentrare la mente sulla gola ruvida. Sembrava Neil Young, ma non c’era la sua voce. Sembrava folk, ma aveva richiami d’innocente pop, quello non sfacciato, con l’unica colpa d’esser amabile al primo ascolto.
Se non che, pochi giorni fa, scoprii grazie ad un videoclip il volto dell’enigma. Inizialmente gridai al miracolo, dato che m’ero rassegnata alla sconfitta; dopodiché, mi cadde la mandibola. Era Paolo Nutini. Stupida a non riconoscere la voce, in effetti. L’italo-scozzese, alquanto bonazzo, alquanto inutile. Quello di “New Shoes” per intenderci, composizione dal groove anche positivo ma dalle parole completamente sbagliate. D’accordo, bisogna ammettere che almeno la versione acustica con piano di “Last Request” è stata una bella scoperta. Comunque sia. Era davvero Paolo Nutini. Cambiato, forse cresciuto, con un nuovo album. Spero migliore di “These Streets“. La canzone era ed è “Candy“. Ed è davvero un bel pezzo.
Avevo sempre reputato Nutini una meteora, oramai dal tramonto definitivo, per teenagers pseudo-indieggianti, uno specchietto per allodole (sottoscritta compresa, in fondo è un gran bel scozzese, da guardare e non ascoltare).
Ed invece si è rivelato.
Forse basta concedere del tempo a chiunque, lasciar maturare al sole ed al bourbon, per ottenere frutti più che dignitosi.
Forse son troppo prevenuta, siamo tutti troppo crudeli, il mondo è cattivo.
O probabilmente è una mera casualità.
Non c’è più religione.
2 Giugno 2009
canzonette
“Sei indietro con gli esami.”
“Lo so, nonna.”
“Guarda che ti devi laureare, devi studiare!”
“Lo sto facendo, nonna.”
“Non è vero!”
“Ho dato un’esame settimana scorsa, nonna.”
“Ché te l’ho detto io, aspetto a morire per vederti laureata. Non dico sposata, tanto è inutile, avevi un così bel ragazzo, bello eh, alto, bravo toso, ingegnere, e poi rispettoso, ed invece niente, l’ha mollato lei, che stupida che sei stata, dove ‘o catito desso uno cussita.”
“Nonna, te lo ripeto, di nuovo: ci son certe cose, in un rapporto, che non sempre…”
“E gli hai spezzato il cuore!”
“… che non sempre dall’esterno si possono capire…”
“Poro toso, tanto bravo, ingegnere, ché se non ti vuole più fa bene, perchè tanto io so che lo pensi! L’hai chiamato? L’hai sentito?”
“… e quindi lo so io se non stiamo più insieme, lascia stare che non puoi capire, certe cose non traspaiono da… Chiamato? Nonna, mi ha augurato di morire quindi no, non ci chiamiamo più.”
“Ma ci vuoi tornare?”
“No, nonna, son passati due anni e sto benissimo così.”
“Ne hai un altro?”
“No, nonna.”
“Ne hai un altro, ho capito io. L’avevi lasciato per questo nuovo, sì? Brava, brava, poro toso, così bon.”
“Ho detto di no, nonna! E ti ricordo che il tuo poro toso, tanto buono, mi ha diffamata, fra le altre cose.”
“Ma stava male, lui.”
“Perchè, io, no? Ma cos’è questa legge per cui lui ha tutte le attenuanti del mondo, mentre io son la stronza?”
“L’hai mollato, tu sei stata.”
“E ci sarà stato un perchè. Comunque ti ricordo che sei parente mia, non sua.”
“Non intendeva tutto quello che diceva. Ti pensava.”
“Sì, finchè si scopava le mie amiche.”
“Cosa?”
“Niente, nonna.”
“Ah. Beh, comunque ti devi laureare.”
“Un altro anno e poi puoi morire, nonna.”
“Grazie.”
“Figurati.”
“Chè sei indietro, e devi studiare.”
“Lo sto facendo, nonna.”
“Siete sempre in giro, voi, a casa mai, ospiti siete, mai dar ‘na man. Sei sempre dietro a quelle canzonette. Non è mica un lavoro quelle, sai. E poi bevete! Chè una laurea è importante, serve sempre nella vita, la nipote della Idelma ha ventiseianni e si è laureata il mese scorso, adesso dottoressa è, brava ragazza, con lo studio da commercialista di suo padre, anche a te serve la laurea, vedi. Sennò poi non trovi lavoro, cosa fai allora. E poi vi drogate!”
“Almeno il finesettimana, dio.”
“Cosa?”
“Niente, nonna.”
27 Maggio 2009
use somebody
Lo ammetto candidamente: ho un insano debole per le covers. Di qualunque tipo, di ogni decade. Godo interiormente nel prendere sottomano l’originale e vedere in che direzione l’opera secondaria ha dirottato la scarto. Ognuno ha le sue piccole perversioni; questa non è che una delle tante. Il più delle volte inorridisco. Soprattutto nel caso dell’uso selvaggio dei samples altrui. Ma questo è un altro annoso discorso.
Parlavamo di covers, nello specifico di covers ben fatte.
E’ il caso di Bat For Lashes, poliedrico personaggio dalla voce eterea e dai capelli invidiabili, uscito, giustamente, allo scoperto nel 2006 con “Fur And Gold“; un album che, personalmente, non ha fatto gridare alla rivoluzione ma che presentava alcuni brani davvero brillanti. Quest’anno, ci si riprova con “Two Suns“, il cui singolo d’esordio “Daniel” fa presagire passi in avanti. Insomma, la ragazza ogni tanto ha delle intuizioni niente male.
Cosa accade, dunque, se la britannica-compositrice-polistrumentista-visual-artist-tutto-ista, colta in uno dei suoi migliori momenti di grazia, decide di rifare quel gran pezzo di canzone, che è “Use Somebody“, di quei gran pezzi di figlioli, che sono i Kings Of Leon?
Necessitasi precisazione: il merito attribuito al brano in questione non è solo una trovata mia, o così pare. Da quando è stato pubblicato nell’ultimo album della southern band, “Only By The Night“, è stato oggetto d’adattamento da parte di Friendly Fires, Nickelback, Pixie Lott; generi diversissimi fra loro che si son cimentati con la stessa materia. Un motivo ci sarà. Quando la giusta linea melodica s’accompagna all’adatta linea vocale, l’efficacia è trasversale. Tuttavia, la versione di Bat For Lashes ha un valore aggiunto.
Il risultato, presentato a Live Lounge BBC Radio 1 (sempre sia benedetto), è stupefacente. Bat For Lashes ha focalizzato l’attenzione sul refrain, compresso le note, ridotto la strumentazione; quel che emerge sono voce, parole ed una sempre cara sottospecie di pianola Bontempi sullo sfondo.
Se già la versione originale si distingueva per fattura, questo arrangiamento intimista non fa che accrescere la naturale predisposizione del brano a farsi amare.
Tre minuti scarsi che meritano più d’un ascolto.
25 Aprile 2009
he’s just not that into you
Tendiamo a coprirci gli occhi di fette di salame. E’ un dato di fatto innegabile. Spesso e volentieri, neppure le porte sbattute in faccia aiutano a farle cadere. Le incolliamo con tale minuzia e dedizione da auto-convincerci che così è, e basta. Eppure, può accadere che certi eventi c’illuminino lungo la via di Damasco, dando il via alle incrinature, insinuando il dubbio che forse siamo dei perfetti cretini.
E’ il caso di “He’s just not that into you“, tradotto dalla distribuzione italiana in “La verità è che non gli piaci abbastanza“. Qualunque sia il titolo, il messaggio arriva preciso all’utenza. Non è il capolavoro cinematografico dell’anno, sia ben chiaro; tuttavia, è un film a suo modo programmatico, rivelatore. Mentre lo si guarda, si ride, si sogghigna, si commenta a mezza voce col vicino di bracciolo ironizzando sulle protagoniste: belle, giovani e perfette cretine. Come fanno a non capire che no significa no e non vorrei dirti sì ma ho emotivamente fragile ? Come fanno a non vedere che il Lui di turno non se le fila di striscio ? Come fanno ? E mentre la pellicola procede e noi mentalmente facciamo pat pat a queste povere creature meritevoli di compassione, passiamo progressivamente dalla risata sguaiata carica di pietà al risolino incerto. Perchè quella situazione è capitata anche a noi. Perchè anche noi siamo stati loro. O forse lo siamo ancora. Il ghigno sfuma per lasciar posto ad una lieve smorfia preoccupata. Siamo anche noi dei perfetti cretini?
La storia mostra più vicende parallele che s’intrecciano e rincorrono per circa due ore, alternando narrazione ed andamento da decalogo. Non a caso, il film è tratto dal bestseller statunitense scritto da Greg Behrendt e Liz Tuccillo, consulente ed autrice della serie tv Sex and the City; l’ennesimo volumetto d’auto-aiuto che si può trovare al supermercato accanto a “Come smettere di fumare – questa volta per davvero“, “Come rimorchiare con la matematica” o “Come trovare la felicità trovando la positività interiore trovando l’infinito“.
E’ un film illuminante perchè sbatte in faccia allo spettatore verità talmente nitide ed elementari da risultare a tratti banali, eppure scioccanti. E le fette di salame traballano. Siete usciti, ha detto che t’avrebbe chiamato, non l’ha fatto? Allora lascia perdere, non c’è interesse. Non gli è caduto il telefono nel WC. Sua nonna non è morta. Il cane non gli ha divorato il foglio col tuo numero. Non è nemmeno morto, forse. Non c’è interesse, basta. Sì equivale a sì, con no s’intende no. Stop.
Concetti che risultano difficili d’assimilare. Soprattutto per la popolazione femminile. Siamo state allevate a pane, Beverly Hills 90210 e complicate spiegazioni teoretiche da parte di madri/zie/sorelle/nonne/amiche/vicine/conoscenti/passanti sull’indole maschile, su come sia contraddittoria ed articolata, su come si debba interpretare. Perchè Luke stava con Brenda ma pensava a Kelly e poi stava con Kelly ma voleva Brenda. Perchè lui lascerà la moglie per te, è questione di tempo. Perchè è appena uscito da una storia sentimentalmente pesante, per questo non ti presenta in giro ed organizza appuntamenti in luoghi semi-deserti, non per altro. Il rapporto uomo/donna veniva così ad assomigliare all’arte divinatoria. L’intonazione della voce. La contrazione facciale. La postura. Tutto nascondeva messaggi criptati. Se avessimo investito le giornate perse nel decifrare in attività più produttive, ad esempio trovarsi qualcun’altro, avremmo anche buttato meno denaro in creme anti-rughe, vasche di gelato, sigarette e bolletta del telefono.
Non esistono i segnali. O meglio: i segnali vengono lanciati nello spazio solo dalla NASA e da noi. A meno di non avere una relazione con qualche capoccia astrofisico, sono inutili. A quanto pare l’approccio maschile è molto più semplice. Più elementare, rudimentale, animale, può essere. Ma di certo essenziale. Di questi tempi, un’aspetto da rivalutare. Ed apprezzare.
Domani esco e compro il libro.
8 Febbraio 2009
storia d’acqua
Camminò sotto la pioggia, col passo a media velocità, curvandosi fra le colonne mentre tutti correvano al riparo. L’ombrello era rotto per metà, solo a sinistra; come fosse mai possibile, non l’ho capì. Una decina di volte rischiò il volo, mentre le folate sbattevano ai fianchi e la campana di tela blu, protesa all’alto come un’aquilone, eseguiva sgraziate coreografie aeree.
Resse i lembi fradici, lasciando scorrere righe d’acqua dentro le maniche. E continuò a camminare.
Volutamente sbagliò strada, allungò il percorso, introdusse deviazioni, per continuare a tenere occupati i piedi, uno dietro l’altro. Un giorno in quella libreria dimenticata comprerò un libro impolverato che tu non conoscerai. Mattone, piastrella, sanpietrino, acqua. Avrebbe potuto fermarsi, certo. Ma che senso avrebbe avuto, il vuoto. Ci si ferma se si è sicuri d’aver scelto un punto stabile cui appoggiare le punte. Un giorno su di quella panchina mi racconterai le storie che vorrai e che sembrerà di volere anche a me. Mattone, piastrella, sanpietrino, acqua.
L’acqua assaliva l’asfalto, a tratti, a balzi, a scatti, a colpi, a calci. Colpiva i palazzi bianchi, sotto la piatta superficie grigia, sotto la luce così livida, sotto il vento che batteva le cime degli scheletri in legno. Le sembrò d’esser l’unica assente fra ogni cosa presente. Ci fu un momento in cui i piedi vollero tentare d’indovinare il tuo tragitto, immaginando sequenze dettate dal caso, dalla circostanza, dal mio accelerare, dal tuo rallentare. Se l’avesse incontrato. Se le supposizioni fossero divenute concretezza, a tratti, a balzi, a scatti, a colpi, a calci l’avrebbe incontrato. Se solo ti avessi incontrato.
Camminò per non so quanto tempo, fingendo d’aver davanti una destinazione. Gambe attente per non destare sospetti, colonne sonore alle orecchie per dare uno sfondo, sguardo vetrato per vetrine inutili d’una città di vetro.
Sotto tutta l’acqua di questo giorno, continuò a camminare.
18 Dicembre 2007
sull’importanza del lasciar scorrere
Ore 12.30, appuntamento con la dottoressa. Mi son persino ricordata di segnarlo nell’agenda, riuscendo ad arrivare addirittura in anticipo di quindici minuti. Il tempo sufficiente per appoggiarmi ad una colonna del porticato ad assorbire l’ennesima dose di nicotina scrutando i passanti.
Poi l’ingresso, i saluti, il sorriso tirato. Ci sediamo nella solita fredda saletta dalle pareti grigio-azzurre. Un colore deprimente, un ibrido, davvero una tinta mal riuscita. Sono ipnotizzata dalle mura scrostate quando comincia la seduta. “E’ da un pò che non ci vediamo. Raccontami, ci sono state delle novità ?”. Comincio a tamburellare le dita sulla borsa di cuoio, non sono nervosa, non ne avrei motivo, in fondo è una mia scelta andare dall’analista; il fatto è che devo tenere le mani occupate, non riesco a tenerle ferme. E’ per quello che fumo, per occuparmi ulteriormente. “Il solito, più o meno. Gli attacchi d’ansia sono un pò passati, certo. Restano le solite ansie, lo stress e tutto il resto; insomma, resta il resto”. Annuisce lentamente. La cosa mi irrita. Mi irrita l’accondiscendenza che sembra portar con sè quel gesto. Nel complesso, mi piace questa donna. Io le butto addosso a velocità raddoppiata le mie elucubrazioni mentali e lei non scappa. Il che fa di lei una donna complessivamente coraggiosa.
Parliamo per i canonici quaranta minuti, durante i quali io, come al solito, alzo lievemente, inconsciamente, la voce durante la narrazione. Lei accenna alcuni “capisco”, io mi soffio il naso cercando di mantenere un certo contegno, mi guardo il callo alla base del pollice destro (causa malsana modalità di reggere la penna) e riparto lentamente a parlare. Dopodichè il concetto illuminante: “devi immaginare d’essere come una mongolfiera.” Istintivamente penso: “perfetto, vede anche lei che sono ingrassata, grazie fase premestruale”. Eludendo velocemente la mia stupidità, afferro con più razionalità il punto della questione. “Sei come una mongolfiera. Puoi volare, spaziare, ma prima o poi sarai costretta a lasciar cadere dei pesi, se non vuoi precipitare. Se non ti liberi, scoppierai, prima o poi. Devi lasciar perdere, risolvere. Provarci, almeno”.
Esco dalla stanza con lo sguardo pensoso rivolto verso una qualche zona accanto alla punta dei piedi. Cammino, mi aggiusto la sciarpa. E rifletto. Sono una mongolfiera. Una grande mongolfiera. No, meglio una media, se proprio dobbiamo paragonarci a qualcosa di rotondo e pieno d’aria. Una mongolfiera di medie dimensioni. Devo lasciar cadere dei pesi. Perchè non mi va di sfracellarmi al suolo, non ora, grazie ma no, non posso concedermi questo lusso. Devo lasciar scorrere. Il che vuol dire, intrinsecamente, che devo andar contro la mia natura, contro me stessa. Io, che da sempre mi porto appresso pezzi di passato, incollatisi dentro con colla indelebile, attack infrangibile. Io, che m’appendo tante grucce alle braccia spalancate e le ricopro di fatti, persone, luoghi che non riesco a dimenticare. Anche se dovrei. Mi trasformo in un moderno albero natalizio metallico, tintinnante alla minima folata.
Frugo nelle tasche del cappotto alla ricerca di un accendino. Accendo una sigaretta. In fondo, me la sono meritata.