massimo fattore comune

Due universitarie alla pausa sigaretta pre-lezione.

“E quindi credo proprio tornerò e le porterò a casa, raso blu e corda intrecciata, stupende. Anche se quel tacco otto non so proprio come lo gestirò. Prevedo cadute.”
“Hai detto otto, non dodici, tesoro. E’ una cazzata.”
“Oddio eccolo oddio.”
“Cosa?”
“No, chi.”
“Chi?”
“L’uomo della mia vita.”
“Quale dei tanti, di grazia?”
“No, davvero, è lui. Quello accanto alla moto. Oddio. Guardalo.”
“Quello?”
“Si, magari evitiamo di farmi fare l’ennesima misera figura.”
“Ma sì. Carino.”
“No, perfetto.”
“In effetti.”
“Le spalle. Il naso. Gli occhi. Una cosa superiore.”
“Và e chiedigli l’accendino!”
“Sei cretina? Siamo in terza media? E poi, lo sai: o ha la morosa, o è gay. O comunque ha standard più elevati. E’ sempre così.”
“Non è vero, dai.”
“Sei mia amica?”
“Che discorsi, sì!”
“E allora risparmiami e risparmiamoci le cazzate, grazie.”
“Ok, o hanno la morosa, o son gay.”
“Brava. E’ l’uomo della mia vita, comunque. Mi sa pure da colto. Due settimane fa l’ho sognato. E ieri ci son andata quasi a sbattere addosso.”
“Tu hai problemi.”
“Ne son consapevole. Oddio, guardalo, sta salendo le scale, oddio, il culo, guarda.”
“Ah, però.”

Le due ragazze rientrano. Sulla soglia del portone, incrociano gli sguardi d’una studentessa e della relativa madre. Le due, occhio lucido e bocca socchiusa, sono intente a fissare le scale.
“Che spreco lasciarlo andare. Davvero. E’ uno spreco.”
“Signora, non si preoccupi: è un commento comune.”

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